Tra Piazza Gae Aulenti e la Kasa dei Libri, 700 passi di insolito incanto

05/10/2022

Immaginate di essere in una casa, su tre piani, circondati da 30mila libri, volumi antichi, d’artista, prime edizioni, testi dedicati e tantissime iniziative culturali, oltre che laboratori per adulti e per bambini. Immaginatelo e poi vivetelo. Davvero. È un luogo quasi segreto nel quartiere Portanuova ma da oggi non sarà più così tanto segreto. È uno spazio aperto a tutti, gratuitamente. Un luogo in cui ci si sente in famiglia, in cui si respira arte in modo collettivo ma anche personale. Un ambiente in cui tutto parla di libri, dagli scaffali, ai lampadari, ai pavimenti. È la collezione, nonché lo studio, del Professor Andrea Kerbaker. Laureato in Lettere a Milano, scrittore da sempre, ha lavorato per vent'anni nella comunicazione d’impresa, si è occupato di organizzazione culturale. Insegna Istituzioni e Politiche Culturali all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, collabora con il Corriere della Sera e con il supplemento domenicale de Il Sole 24 ORE, è segretario del Premio Bagutta, il più antico riconoscimento letterario italiano e dall'età di diciassette anni colleziona libri. 

Tra i libri noi lo abbiamo incontrato e abbiamo fatto quattro chiacchiere. 

PN > Buongiorno Professor Kerbaker, quant’è bello perdersi in un libro, cosa vuol dire per lei “stare tra i libri”?
AK> Il libro è sempre stato il mio mondo, è vivere. Ma è vivere allo stato puro, non ha un significato ulteriore. Ho sempre avuto tanti libri e continuo ad averne.

PN > Da dove nasce l’idea di una Kasa dei Libri? 
AK> L’origine della Kasa dei Libri è un po’ stratificata e, come spesso accade, è nata da coincidenze. Ho ereditato questi bellissimi appartamenti da mio nonno e piano dopo piano ho deciso di trasformarli in tutto quello che vedete ora. Ho iniziato i lavori al primo piano nel 2002 e ho terminato i tre appartamenti nel 2012. Il secondo piano, che è collegato con una scala al primo, è dedicato ai nostri uffici mentre il terzo è stato adibito alle mostre e agli eventi. Dal 2008 la situazione nell’azienda in cui lavoravo è cambiata e di conseguenza le necessità. Questo mi ha permesso di potermi dedicare alla Kasa dei libri e alla sua ideazione.

PN > Come ha accolto il pubblico questa idea?  
AK> Il pubblico ha accolto molto bene la Kasa dei Libri e continua a farlo ma, nonostante ciò, rimane molto imprevedibile. Ho organizzato in passato eventi dalla natura diversa come il concerto di Paul McCartney per 500 mila persone, Sermonti a Santa Maria delle Grazie pieno tutte le sere e spettacoli di “poeti oscuri” con uno spettatore. Da uno all’infinito, anzi da uno a 500 mila. È ovvio che la Kasa non possa ospitare un pubblico come quello del concerto di McCartney ma ha comunque gli strumenti per gestire numeri molto alti. Questa primavera abbiamo inaugurato una mostra sulla rivista francese Derrière le miroir, la mostra ha attirato il grande pubblico contro ogni aspettativa. Per il Premio Nobel dello scrittore cinese Mo Yan abbiamo organizzato, a febbraio 2013, in collaborazione con l’istituto Confucio, una “raviolata” cinese accompagnata dalla lettura di alcune opere dello scrittore. La gente ha atteso in fila sulle scale per partecipare all’evento, eravamo tantissimi davvero. Oggi, invece, dobbiamo trovare modalità sempre diverse per attirare le persone. Bisogna sempre reinventarsi, per questo è imprevedibile.

PN > Quanto è importante per la città di Milano e per il quartiere Portanuova, esempio di rigenerazione urbana e architettonica, avere una Kasa dei Libri?  
AK> Questa città vive di numeri e la Kasa dei libri è un'altra cosa

PN > Il quartiere Portanuova, digital district per eccellenza, nonché simbolo di innovazione, e la Kasa dei Libri, contenitore di cultura “di una volta”, un bel fidanzamento oppure un matrimonio che non s'ha da fare, né domani, né mai?
AK > Noi della Kasa rappresentiamo probabilmente le radici. Se sfogliate quel librone appoggiato sul tavolo, a un certo punto, troverete il disegno de Il Bosco Verticale di Stefano Boeri prima che iniziasse il cantiere. Questa è la mia risposta. Noi della Kasa c’eravamo già.

PN > Qual è il viaggio emozionale del libro di carta in questo mondo che sembra dominato dal digitale?  
AK > Il libro seguirà il suo percorso di sempre, senza troppe chimere. Il digitale è utilissimo, lo sappiamo tutti, e ci ha cambiato la vita per molti aspetti. Ora si compra il biglietto per il treno da casa, quando ero giovane sarebbe stato un sogno e ora nessuno deve andare in stazione per farlo. Per il libro digitale, invece, il discorso è diverso. Si diceva all’inizio che avrebbe sostituito totalmente quello cartaceo ma non è così. È successo per gli strumenti di consultazione, per esempio le enciclopedie. Sono obsolete, enormi e non hanno un aggiornamento in tempo reale. Le case sono più piccole e il tempo scorre più veloce. Wikipedia si aggiorna in tempo “quasi” reale e non c’è concorrenza. Ma questo non vale per il libro, che esiste da sempre, sta lì al suo posto, non ha bisogno di aggiornamenti. Durante il lockdown tutti abbiamo assaggiato cosa vuol dire lavorare da casa e il digitale si è esteso al 90% della nostra vita, ma nessuna piattaforma si è mai sognata di insidiare il libro.

PN > Secondo lei è così vero che gli italiani leggono e scrivono poco?  
AK > Gli italiani leggono niente e scrivono troppo, soprattutto libri. Ogni anno in Italia sono pubblicati più di 70 mila libri e 4/5 di questi sono veramente inutili. Gli italiani leggono poco, però, anche perché non sono molto incoraggiati. A scuola, l’utilizzo didattico e noioso del libro condiziona a tal punto i ragazzi che smettono totalmente di leggere. In Italia il libro è considerato un oggetto sacro e del quale avere timore, riverenza. In Francia si studiano “I Miserabili” che fanno l’epopea della rivoluzione e i ragazzi sono spronati a dire la loro, comunicare e fare valere il loro pensiero. Noi studiamo, invece, il Manzoni che critica ne “I Promessi Sposi” i rivoltosi prendendo le parti del Governatore. Il nostro clima culturale condiziona la lettura ma anche i contenuti degli stessi libri. Per noi leggere deve essere come una penitenza, ecco perché quasi nessuno lo fa.

PN > Ci racconti un evento stravagante che è successo alla Kasa dei Libri.  
AK> Tra le cose più carine che abbiamo organizzato mi viene in mente l’evento per i 400 giorni dalla morte di Shakespeare nel 2016. Abbiamo ideato “I 100 giorni” di Shakespeare divisi in 10 blocchi da 10 giorni in ognuno dei quali veniva celebrata un’opera. Per “Romeo e Giulietta” abbiamo ingaggiato l’attrice Federica Fracassi. Interpretando lei il ruolo di Giulietta, mi sono messo in gioco io stesso nelle vesti di Romeo e abbiamo recitato insieme sul balcone, proprio come nella tragedia. Le persone da sotto, provviste di cuffie, ci guardavano estasiate e hanno seguito tutta l’esecuzione dell’opera fino al pianerottolo della Kasa. Un’idea molto fresca per ravvivare la Kasa e le sue attività.



PN > Ultima domanda, il suo secondo spazio, il Kapannone dei Libri di Angera, è organizzato nello stesso modo della Kasa dei Libri di Milano?
AK > Il Kapannone ha un’anima diversa rispetto a quella della Kasa ma la sua origine industriale lo rende ancora più speciale. Luminoso e alto più di 7 metri è perfetto per accogliere tantissima gente. Lo spirito è lo stesso. Tra volumi, poesie e fumetti le persone vengono coccolate e incantate dalla cultura e dai suoi colori. Non è una biblioteca né una libreria ma uno spazio per curiosare e per scoprire l’origine, la provenienza delle cose e il significato che questo ha. Come per la Kasa, anche per il Kapannone è importante trasmettere la natura dei libri mostrando dediche personali, lettere e raccontando loro storie, quelle vere. La provenienza di un’opera è la cosa più importante ed è essa stessa a mantenerla in vita, per sempre. Per questo abbiamo più di 8 mila libri dedicati, tutti da scoprire e toccare. Perché sì, da noi tutti possono toccare tutto. I libri più preziosi sono disposti in alto per sfuggire alle manine più piccole ma per il resto ogni cosa merita di essere spulciata e studiata a dovere. Molte persone non capiscono il nostro stare al mondo, non vogliamo soldi e non ne produciamo. Forse è proprio questo il nostro bello

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